Written by Davide Arici

CrossFit Brescia ci tiene particolarmente a ricordare che Mister CrossFit, il signor Glassman, quando ha pensato di creare il programma, aveva in mente di rendere le persone più “fit”, di farle stare meglio.
Al CrossFit Level 2 Course (l’ho fatto a San Jose, al box del boss, quello simpatico si, Khalipa) il coach che parlava di CrossFit ha specificato un paio di concetti che ovviamente qui in Italia non sappiamo neanche cosa siano, o magari trascuriamo per motivi sconosciuti… “Se vedemo!” direbbe il mio amico Guido, pesista romano.
Se puntiamo a migliorare il nostro fitness ci diceva, dobbiamo rifarci ai risultati, che riguardano si la performance, ma anche la salute: la pressione sanguigna, la composizione e il peso corporeo e così via; ma anche quelli definiti parametri intangibili: il nostro benessere, la qualità del sonno, lo stress fisico ed emotivo, come ci sentiamo insomma. Se puntiamo a competere, allora la storia cambia perché dobbiamo sacrificare parte degli ultimi due e curarci solo del miglioramento della performance, perché è la sola cosa che conta, lasciando spazio all’allenamento, alla fatica, al dolore e allo stress, non solo fisico (si, ha proprio detto così).
Nell’ultimo periodo sembra che qui siano tutti atleti, tutti!
C’è una bella intervista in cui Froning dice “un ragazzo non segna un tiro libero e dice “l’anno prossimo vado a giocare nella NBA”, lo stesso accade nel CrossFit.”
Ho sentito robe (esatto, “robe”) del tipo “vieni al mio box che ti porto ai Regional!”
Non funziona proprio così.

Ragazzi, non parliamo di Froning, Khalipa, Bazinet, Smith, Bridges, Foucher… Non parliamo di loro.
Per rimanere più terra a terra parliamo di Italiano, parliamo di Donati. Quanti ce ne sono in Italia come loro? Solamente loro!!! Già, e sono quello che sono perché hanno sudato, hanno sacrificato ore di sonno, hanno sopportato dolore e fatica, hanno sacrificato parte del loro benessere psicofisico, magari anche degli affetti per arrivare a quel punto.
Lungi da me giudicare chi può e chi non può, credo che il potere della mente sia tra i più incredibili: chiunque lo volesse davvero potrebbe farlo. Ma per favore, la strada é lunga e tortuosa, almeno riconosciamolo.
Qui invece sembra che tutti siano diventati atleti professionisti all’improvviso, tutti che seguono un programma “avanzato”. Forse questo è un po’ il problema del CrossFit, chi di voi si sognerebbe mai di seguire il volume di allenamento di Ilya Ilyin per chi lo conosce? Nessuno credo. E quello di Xiaojun? Nessuno. Invece tutti seguono i programmi dei migliori CrossFitters, eh certo.
Considero Josh Bridges o Froning o Fraser atleti professionisti, perché di fatto lo sono, così come lo è Kobe Bryant, quello che si alzava alle 5 di mattina per fare 1000 canestri realizzati prima dell’allenamento con i suoi Los Angeles Lakers; così come lo è Ashton Eaton, quello che ha sgretolato il record di Sebrle nel Decathlon e passa ore e ore tutti i giorni sulla pista di atletica, come Agassi, quello che forse si sta ancora facendo delle domande sul motivo per cui non ha mollato prima il tennis, sacrificando il suo fisico (è nato con una spondilolistesi) e il suo benessere mentale (ha dichiarato di soffrire le pressioni del padre da piccolo) per anni e anni. Ora, nessuno si allena come loro, troppo pesante e troppi sacrifici ma tutti, tutti adesso si allenano come Bridges o Froning o almeno, credono di allenarsi come loro.
CrossFit Invictus, sotto la guida di CJ Martin porta atleti ai Games tutti gli anni, per fare due nomi Josh Bridges (quarto quest’anno!) Camille Le Blanc Bazinet (Fittest Woman On Earth), Lauren Fisher (CrossFitter ma anche Weightlifter a tempo perso, ha solo partecipato ai mondiali juniores), Nuno Costa (membro di Team Invictus, primo posto quest’anno!) però, nel video di presentazione sulla loro home page (potete vederlo qui) cosa fanno? Non mettono i loro atleti a mostrare di cosa sono capaci. No! Intervistano i membri del box che spiegano il motivo per cui hanno scelto CrossFit Invictus, come la loro vita è migliorata con CrossFit e la miglior performance del video appartiene a un settantenne che porta alle spalle 50kg. Noi invece… Eh eh, noi invece dobbiamo mostrare che siamo i più bravi, che facciamo le cose più fighe, che nel nostro box sono tutti atleti dalle capacità fenomenali… Ma per favore!
Il 90% dei membri di un box sono persone che lavorano, passano ore in ufficio o magari in cantiere a faticare, sono quelle le persone che dovremmo, come coach, far stare meglio e non proporgli di diventare atleti.
Maurizio due giorni fa ha terminato un allenamento qualche minuto dopo il resto del gruppo, comunicandomi il tempo mi ha detto “eh io vado piano, ho la mia età” così gli ho chiesto cosa gli importasse di finire per primo e gli ho detto che la sua preoccupazione dovrebbe essere quella di riuscire a fare tre rampe di scale saltellando e arrivare in cima senza fiatone… Ha annuito e mi ha detto “eh esatto! Bravo!”
Con questo non voglio dire che non dovremmo nemmeno provarci, assolutamente. Però almeno non prendiamo per il culo chi davvero ci ha lasciato e ci lascia sudore, fatica e dolore ogni giorno e magari ridimensioniamo la nostra visione di atleta. Dietro alle performance di Rich Froning, Josh Bridges, Kobe Bryant, Ashton Eaton c’è altro, c’è la testa, c’è la forza mentale, quella che dall’altra parte del mondo chiamano Mental Toughness. Ci vuole molto di più che un programma di allenamento con 9 sedute di forza e 73 MetCons al giorno (è ironico, non mettetelo in pratica!) per diventare campioni o arrivare terzi agli Italian Throwdown.
CrossFit nasce come programma di Fitness, per portare benessere alle persone, le gare sono un altra cosa e lasciatemi dire che preferisco vedere Maurizio di 46 anni perdere tre chili e correre 400 metri senza avere il fiatone alla fine o Alessia che impara a saltare sui box senza paura piuttosto che vedere un membro che dopo un mese vuole aumentare lo squat di 50 kg e fare 15 muscle ups consecutivi.

Spero che siate arrivati fino a questo punto perché altrimenti l’articolo risulterebbe una sfilza di critiche, ora chiarisco la mia posizione.
Non metto in dubbio che ci sia chi si allena con dedizione sacrificandosi perché sogna di arrivare ai Regional (io stesso sono un sognatore), non metto in dubbio che ci sia chi si fa il mazzo dopo ore di lavoro riconoscendo quali sono i propri limiti, ma volendo comunque levarsi qualche sfizio partecipando a competizioni minori; questo lo condivido. Da quello che vedo e sento ultimamente però, la parola “CrossFit”, almeno in Italia, sembra associata a “competizione”, “atleta” e pare che il 90% delle persone che intraprendono la strada del CrossFit debbano a ogni costo competere e fare gli atleti e chi offre indistintamente a tutti un programma “avanzato” per portarli ai Games o chissà dove, di sicuro non la pensa come il sottoscritto.

Le competizioni richiedono dolore, sacrificio, stress (leggete Open di Andre Agassi) e tutto questo si distacca appena appena dal concetto di Fitness e Health di Mister Glassman.